Fotografia - FoyerMM

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SEMINARIO


Fotografia

Una volta si diceva: no non ho la macchina fotografica, è complicata e non so fare le fotografie.
Mi vengono sempre brutte!
Una volta. Oggi non è più così.
Infatti tutti, al giorno d'oggi hanno fra le mani uno smartphone che fa le fotografie o "qualcosa di simile", insomma immagini che si possono mostrare.
Ma la fotografia è un'altra cosa, e di quella vogliamo parlare; vediamo la sua storia che è davvero interessante, agli smartphone ci penseremo dopo.


Storia della fotografia
Il termine "fotografia", deriva dal greco antico ed è composta dai due termini φῶς (phôs, pronuncia fos) e γραφή (graphè, pronuncia grafé). Il primo significa luce mentre il secondo si traduce in scrittura o disegno: ovvero la scrittura eseguita con la luce.
La storia della fotografia è ben più antica di quanto si possa  immaginare ed affonda le proprie radici molto indietro nella storia  dell’uomo. La prima volta, per esempio, che si descrive il processo  della camera oscura, risale al V secolo a.c. ad opera  del filosofo cinese  Mo-Ti (Mo.tzu; Micius): il filosofo, in un’opera  riassumente il suo pensiero, fece riferimento al principio della camera  oscura, parlando di “ un luogo di raccolta”, di una “stanza del tesoro  sotto chiave”, a proposito di un’immagine capovolta formatasi su di una  parete di una stanza buia a causa dei raggi del sole passati attraverso  un foro posto nella parete di fronte
Anche il filoso Aristotele (IV secolo a.c.)  descrisse per grosse linee la futura camera oscura nel suo “De re  publica”: nell’opera viene descritta la creazione di ombre tramite un  fuoco posto alle spalle degli spettatori. Anche nel Problemata Physica  Aristotele fa riferimento allo stesso principio, questa volta relativo  ad un’eclissi. Aristotele osservò l’eclissi da una stanza buia con un  foro rettangolare su di una parete dal quale filtravano i raggi del  sole. Si rese conto che al distanziarsi del foro dalla superficie di  osservazione, il diametro dell’immagine qui sopra “disegnata” dai raggi  del sole tendeva ad aumentare.
Successivamente fu la volta di Euclide (IV secolo a.c.) che nel suo trattato l’Ottica descrisse una rudimentale camera oscura.
Facciamo quindi un salto di parecchi anni e passiamo alla seconda metà del novecento:  in questo periodo fu filosofo, medico, matematico ed astronomo arabo  Alhazen a descrivere in dettaglio la camera oscura nonché il fenomeno  del ribaltamento delle immagini.
Inoltre, durante il Medioevo gli  alchimisti crearono casualmente il cloro (scaldando del cloruro di  sodio –  il sale) e si resero conto, sempre per caso, che combinando il  cloro con l’argento si creava una sostanza (il cloruro di argento)  bianca al buio e viola scuro alla luce diretta del sole. Avevano insomma  scoperto il primo composto fotosensibile.

La camera obscura
Il termine camera obscura (in italiano camera oscura) fu coniato da Giovanni Keplero (fece cenno a questo nome nella sua opera Paralipomena ad Vitellionem)  ed indicava un ambiente buio dalle differenti dimensioni (poteva essere  una scatola o anche una stanza), in cui, su una parete, era praticato  un foro stenpeico (dal greco stenòs, stretto, e opé, foro).  Attraverso il foro stenopeico i raggi luminosi provenienti da oggetti  esterni si incrociano proiettando sulla parete opposta un’immagine  capovolta degli stessi oggetti. Tanto più piccolo è il foro stenopeico  tanto più nitida è l’immagine proiettata, il tutto però a scapito della  luminosità (che al contrario aumenta con l’aumentare della luce).
La  camera oscura venne impiegata principalmente per osservare la luce e  studiarne il comportamento.Troviamo inoltre riferimenti alla camera  oscura nei lavori di Ruggero Bacone – XII secolo, Guglielmo di  Saint-Cloud – XIII secolo ma soprattutto in quelli di Leonardo da Vinci  (1452-1519) che utilizzò la camera oscura per descrivere e spiegare  alcuni fenomeni ottici quali l’inversione delle immagini presenti nel  campo visivo da destra a sinistra o per descrivere il funzionamento di  alcune funzioni visive quali l’apertura della pupilla, tecnicamente  simile all’apertura del foto stenopeico.
Ed ecco per la cronaca uno stralcio del Codice Atlantico in cui si descrive, appunto, la camera obscura: “La  sperientia che mostra come li obbietti mandino le loro spetie over  similitudini intersegate dentro all’ochio nello umore albugino si  dimostra quando per alcuno piccolo spiraculo rotondo penetrano le spetie  delli obbietti alluminati in abitatione fortemente oscura; allora tu  riceverai tale spetie in una carta bianca posta dentro a tale abitatione  alquanto vicina a esso spiraculo e vedrai tutti li predetti obbietti in  essa carta colle lor propie figure e colori, ma saran minori e fieno  sotto sopra per causa della detta intersegatione li quali simulacri se  nascierano di loco alluminato dal sole paran propio dipinti in essa  carta, la qual uole essere sottilissima e veduta da riverscio, e lo  spiracolo detto sia fatto in piastra sottilissima di ferro”.
Fu infine il matematico olandese Rainer Frisius a disegnare per primo la camera oscura (1544).
La camera obscura (o  oscura) ha successivamente interessato svariati personaggi in giro per  il mondo e tantissimi modelli, dalle forme anche bizzarre, hanno visto  la luce. La forma più classica è quella di una scatola di legno,  rettangolare, con un foto stenopeico su di un lato ed una lastra dalla  parte opposta dove osservare l’immagine. L’immagine in questione  appariva capovolta ed è stata utilizzata, come già detto in precedenza,  da più di un pittore per catturare su tela dei panorami nella maniera  più fedele possibile.

Schematizzazione di una camera obscura

La camera obscura (o  oscura) subì svariate modifiche nel corso degli anni: nella metà del  XVI secolo (e più precisamente nel 1550) Girolamo Cardano applicò per  primo una lente biconversa dinanzi al foro stenopeico per rendere  l’immagine più nitida. Successivamente, nel 1569, un altro italiano di  nome Daniele Barbaro introdusse un diaframma dalla dimensione inferiore a  quella della lente al fine di migliorare ulteriormente la qualità  dell’immagine riflessa. Nel 1951 Giovanni  Battista della Porta descrisse  un apparecchio munito di lente in grado di rendere le immagini più  nitide. All’interno di questo apparecchio era anche descritto uno  specchio concavo al fine di “raddrizzare” le immagini: si tratta, più o  meno, di quanto accade nelle moderne reflex dove grazie ad un vetro  smerigliato è possibile vedere l’immagine diritta attraverso il mirino.
Nel 1646  il gesuita Kircher realizzò una camera oscura dalle enormi dimensioni  (vedi il disegno sopra riportato), tale da poter ospitare al suo interno  comodamente più di una persona (lo stesso Kircher inventò la lanterna  magica, ovvero il primo proiettore, ma è un’altra storia). Infine, nel  1657 fu il gesuita Schott ad inventare la camera oscura dotata di messa a  fuoco: realizzò in pratica due scatole di cui una scorrevole dentro la  prima. Muovendo avanti ed indietro la seconda, era possibile modificare  la messa a fuoco dell’immagine.
Il 1685 segnò un  altro momento importante per la fotografia, in quanto fu  concettualizzata la macchina fotografica Reflex: il tedesco Johann Zahn,  infatti, applicò nella camera oscura uno specchio posizionato a 45°  dinanzi alla parete opposta al buco stenopeico. Sulla sommità della  camera oscura posizionò un vetro smerigliato che riceveva l’immagine  ribaltata dallo specchio di cui prima: questa invenzione permise ai  pittori di disegnare i panorami stando comodamente seduti ed appoggiando  le tele al di sopra di questo vetro.
  
Proprio a proposito dei pittori, bisogna dire che la camera oscura ebbe anche un ulteriore campo di applicazione: la pittura.  Tantissimi pittori infatti usarono la camera oscura per riprodurre  fedelmente i paesaggi proiettati sulla tela tramite il foro stenopeico,  tra cui anche nomi altisonanti quali il Canaletto, Raffaello e Caravaggio.  Proprio riguardo a quest’ultimo ci sono prove piuttosto importanti  riguardo all’uso della camera obscura: l’assenza di schizzi e bozzetti,  il fatto che buona parte dei suoi soggetti fossero mancini (l’immagine  ribaltata) e lo stesso sfondo molto scuro (dovuto, in teoria, al fatto  che il suo studio fosse immerso nel buio in quanto, appunto, una camera  oscura). Lo stesso Caravaggio sembra abbia usato alcune sostanze  chimiche per “fissare” l’immagine sulla tela per qualche minuto, al fine  di poter abbozzare il disegno stesso al fine di concluderlo “diritto”  ed un ambiente differente.
Ovviamente in parallelo allo sviluppo della camera oscura si lavorò tantissimo anche sul modo di fissare in maniera indelebile le immagini proiettate  all’interno della camera stessa (come detto, già il Caravaggio trovò un  modo per fissarle per alcuni minuti).  I primi esperimenti in tal senso  furono effettuati
Tornando al processo chimico relativo alla fotografia, nel XVI secolo, l’inglese Boyle notò come il clorato d’argento reagiva alla luce (scurendosi) mentre nel secolo successivo (XVII)  l’italiano Angelo Sala scoprì che anche la polvere di nitrato d’argento  veniva annerita dal sole. Stesso fenomeno osservato su ioduro d’argento  e bromuro d’argento. Risultati similari furono ottenuti anche da un  altro chimico inglese (Humphry Davy).
Bisogna però attendere il 1727 quando il tedesco Johann Heinrich Schulze creò  un composto a base di carbonato di calcio, acqua regia, acido nitrico e  argento che reagiva alla luce solare: colpito da questa diventava rosso  scuro (come contenitore utilizzò una banalissima bottiglia a cui  applicò delle sagome di cartone per coprire le zone che non voleva  fossero colpite dalla luce). La sostanza fu chiamata scotophorus.  Ovviamente, non essendo “fissata”, le immagini restavano visibili solo  temporaneamente in quanto, durante l’osservazione delle stesse,  assorbivano luce solare annerendosi a loro volta.
Fu comunque il  fisico Italiano Giovanni Battista Beccaria a provare scientificamente  che il fenomeno dell’annerimento era dovuto alla presenza di sali  d’argento, un materiale sensibile alla luce del sole.
Alla fine del 1700 un inglese, il ceramista Thomas Wedgwood,  inventò la prima “pellicola fotosensibile”: immerse dei fogli di carta  nel nitrato d’argento e si rese conto che, coprendo una parte con degli  oggetti ed esponendolo alla luce del sole, il foglio riportava la forma  dell’oggetto su di esso posto. Peccato che, una volta tolto l’oggetto,  in poco tempo tutto il foglio si scuriva, tant’è che le immagini  catturate potevano essere osservate solo alla fioca luce di una candela.  Thomas Wedgwood non potè perfezionare la sua scoperta in quanto  gravemente malato (e successivamente morto).
La data da ricordare è però il 1819: Herschel scopre  che il trisolfato di sodio può fissare definitivamente un’immagine  catturata da un foglio imbevuto di nitrato d’argento. Il Trisolfato di  sodio infatti “elimina” tutto l’argento che non ha reagito alla luce,  evitando quindi che il foglio si scurisca una volta lasciato alla luce  del sole. E’ nata la fotografia.
Piccolo passo indietro: nel 1806 il medico, fisico e chimico inglese William H. Wollaston brevettò  un dispositivo ottico il cui scopo era quello di aiutare il disegno di  paesaggi e di oggetti posti dinanzi ad esso (usò il nome di camera  lucida).  Successivamente, nel 1812, lo stesso Wollaston sostituì la  lente convessa aggiunta da Cardano con una concavo-convessa, ulteriore  passo verso il principio di funzionamento delle reflex.

Nicéphore Niépce
Nel 1827 venne scattata ad opera di Niépce  la più antica fotografia mai giuntaci. La veduta dalla sua finestra della casa di campagna.
La prima foto della storia

Joseph  Nicéphore Niépce nacque nel 1765 nella cittadina di Chalon-sur-Saône da  famiglia borghese e benestante. Fece una brillante carriera come  inventore (dopo aver più volte pensato a prendere i voti e dopo aver  militato nelle armate rivoluzionarie): a lui dobbiamo infatti un primo  prototipo di motore a combustione interna, vari prototipi per la  propulsione di navi ed imbarcazioni, nonché per il pompaggio delle  acque. L’interesse l’interazione della luca nella camera oscura (ed in  senso lato per la fotografia) arrivò nel 1816 e dieci anni dopo, nel  1826, riuscì a riprodurre la sua prima immagine “automatica”, ovvero non  disegnata della mano dell’uomo. Niépce  catturò l’immagine utilizzando  una lastra fotografica di sua invenzione: spalmò su di una lastra di  rame ricoperta di argento una soluzione fotosensibile composta da del  bitume di Giudea polverizzato e dell’essenza di lavanda. Successivamente  all’asciugatura della lastra (il negativo), questa venne esposta, in  una camera oscura, per alcune ore. Quindi lavata in un bagno alla  lavanda (serviva per disciogliere le parti che non avevano ricevuto  luce) ed asciugata.
Per il positivo Niépce utilizzò dei  cristalli di iodio, precipitati in ioduro d’argento al contatto con la  lastra. Successivamente “lavò” via la vernice (con alchool) dalla lastra  stessa, al fine di ottenere la trasformazione del negativo in positivo  (in pratica ha scoperto la eliografia).
Nel 1826, ad onor di  cronaca, Hans Thøger Winter “avrebbe” ottenuto dei negativi fotografici  stabili. Nel 1828 fu James M. Wattles ad ottenere delle fotografie  stabili (in entrambi i casi non vi sono prove).

Louis Jacques-Mandé Daguerre
Nel  1832  il brasiliano Hercules Florence  riesce ad ottenere a sua volta delle  fotografie stabilizzando del nitrato di argento sulla carta con un  procedimento del tutto simile a quello realizzato da Niépce (vedi sopra) e soprattutto da Daguerre:  sarà quest’ultimo ad imporre il processo fotografico grazie  all’interessamento del governo francese che acquisto il brevetto e lo  rese libero. Era il 1839. Nasce la fotografia commerciale.
Daguerre,  da sempre innamorato della pittura, cominciò la sua carriera lavorativa  in un freddo ufficio delle imposte dirette, per volere del padre.  Fuggito da questa specie di “carcere”, il giovane Daguerre si trasferì a  Parigi, dove divenne allievo di un celebre scenografo del tempo.  Proprio questa collaborazione permise a Daguerre di divenire, in  brevissimo tempo, uno degli scenografi più ricercati di Parigi, grazie  alla sua perizia nonché immaginazione nella creazione di quinte e  fondali. Nel 1822 realizzò un proprio spettacolo, meccanizzato: il  Diorama, distrutto da un incendio dopo 17 anni di successi, era una sala  circolare (poteva ospitare fino a 350 spettatori) con le pareti mobili.  Una volta “acceso”, le pareti del Diorama cominciavano a girare intorno  agli spettatori, permettendo a questi ultimi di osservare le scene  dipinte sulle stesse. Le stesse pareti erano sistemante  prospetticamente, con distanze variabili tra i 15 ed i 20 metri. Le  pareti erano lunghissime tele di cotone semitrasparenti con lunghezze  che potevano arrivare ai 22 metri e con un’altezza comune di 14 metri.  Delle luci posizionate ad hoc garantivano un gioco di luci ed ombre che  conferivano ulteriore profondità e movimento alle immagini rappresentate  sulle tele.
Facciamo un passo indietro e andiamo a vedere  cosa Daguerre e il suo collega Niépce  hanno fatto: l’idea alla base di  tutto era quella di fissare le immagini che apparivano all’interno della  camera obscura (una scatola composta da lenti e  specchi che permetteva di riflettere su di un piano l’immagine presente  dinanzi alle lenti: l’antesignano delle macchine fotografiche a  specchio, note sin dai tempi di Aristotele).
Niépce  e Daguerre entrarono in contatto nel 1829 a Chalon-sur-Saòne, firmando  un contratto di associazione, al fine di sviluppare ulteriormente l’idea  dello stesso Niepce. Daguerre apportò immediatamente delle migliorie al processo eliografico, sostituendo  il bitume con della resina ottenuta disciogliendo la lavanda in alcool.  Quindi, prima del lavaggio della lastra stessa, la espose a vapori d’olio di petrolio.
I vapori in questione condensavano sulle parti della lastra non colpite  dalla luce, sciogliendo la resina e rendendo quelle zone trasparenti.  Al contrario, le zone esposte alla luce non venivano toccate dai vapori.


La  prima foto della storia di un essere umano (in basso a sinistra).
La  persona in questione rimase ferma per quasi tutti i 12 minuti  dell’esposizione

Sempre Daguerre, nel 1831, si accorse che lo ioduro d’argento era sensibile alla luce. Ma ancor più importante, riuscì a fissare l’immagine latente (da  Wikipedia: L’immagine latente è una alterazione nella superficie  esterna delle particelle degli alogenuri d’argento contenuti nella  pellicola, causata dalla luce. Ovvero è imputabile alla riduzione  fotochimica di pochi atomi di Ag per ogni particella che compone  l’emulsione. L’immagine reale, visibile dopo il trattamento di sviluppo,  è costituita da particelle di argento ridotto che cioè hanno subito un  processo di ossido-riduzione ). E lo fece per caso, quasi per  errore: un giorno, dopo aver esposto una lastra trattata con vapori di  sodio senza successo (era rimasta immodificata!), ripose questa in un  armadio insieme a parecchi materiali chimici. Dopo qualche giorno, andò  per prendere nuovamente la lastra per ritrattarla e si accorse che si di  essa era comparsa un’immagine: quella che avrebbe voluto catturare.
Daguerre  dovette fare non pochi tentativi per individuare quale sostanza chimica  avesse realizzato il miracolo e dopo parecchi giorni e lastre,  individuò il colpevole nei vapori di mercurio (fuoriuscite da un  termometro che si era rotto). Questa però non era la soluzione:  alla  luce diretta del sole l’immagine scompariva. Daguerre quindi seguì la  via del cloruro d’argento (che al contrario tendeva a trasformare la  lastra in una lastra nera se tenuta alla luce del sole) e dopo vari  tentativi, nel 1837, giunse alla soluzione finale, ovvero definì il processo che si chiamò dagherrotipo.
Prima  di giungere al dagherrotipo, però, dobbiamo tornare di qualche anno  indietro e capire che fine ha fatto Niepce: Daguerre, di 34 anni più  giovane del collega Niepce cominciò a considerarsi come l’unico  inventore di questa nuova “arte”. Cosa però impossibile dal punto di  vista legale a causa del contratto firmato, che appunto legava la  scoperta, anche in caso di morte di uno dei due, ad entrambi i nomi.
Morte che sopraggiunge, per Niepce, nel 1833.  Il posto di Niepce, nella società, fu preso dal figlio, decisamente più  ingenuo del padre, al punto di firmare un nuovo contratto con Daguerre  proprio nel momento in cui lo stesso inventore definì il dagherrotipo.  Ecco un estratto del contratto:  Io sottoscritto  dichiaro con il presente scritto, che il signor Louis Jacques-Mandé  Daguerre mi ha fatto conoscere un procedimento di cui è inventore”. Ed ancora:Questo  nuovo mezzo ha il vantaggìo di riprodurre gli oggetti dieci o venti  volte più rapidamente di quello inventato dal signor Joseph-Nicéphore  Niepce, mio padre”.Infine: In  seguito alla comunicazione che mi ha fatto, il signor Daguerre  acconsente ad abbandonare alla società il nuovo procedimento di cuì è  inventore e che egli ha perfezionato, a condizione che questo nuovo  procedimento porti solo il nome dì Daguerre”. Insomma, Daguerre è ufficialmente diventato l’inventore della moderna fotografia, cancellando di fatto Niepce.
Torniamo ora al procedimento che Daguerre chiamò con il nome di Dagherrotipo e vediamo come funziona:
  • preparazione di una lastra di rame  argentata tramite elettrolisi e  quindi pulita utilizzando acqua ed un abrasivo molto fine
  • sensibilizzazione  della lastra esponendola ai vapori di iodio fin quando questa non era  completamente ricoperta di uno strato giallastro di ioduro d’argento
  • Esposizione della lastra alla luce del sole per circa 20 minuti
  • Sviluppo  dell’immagine esponendo la lastra  a vapori di mercurio riscaldato a  60º (tramite fiamma ad alcol). Il mercurio si lega allo ioduro di  argento creando uno strato biancastro in corrispondenza delle luci.
  • Stabilizzazione  dell’immagine lavando la lastra in una soluzione calda di cloruro di  sodio concentrato che andava a togliere lo iodio eccedente e rendendo in  questo modo l’immagine permanente e definitiva.
Il  risultato fu eccelso: ecco una foto ottenuta con questo procedimento.  Ovviamente, per rendere il tutto più comodo, Daguerre introdusse la sua  lastra dentro una camera obscura. Era la prima macchina fotografica.

Daguerre: foto ottenuta tramite dagherrotipo
Daguerre, grazie all’amicizia con il fisico ed astronomo Domenico Francesco Arago, componente dell’Accademia delle Scienze,
Il  resto è storia politica: nel 1838 lo Stato Francese comprò la tecnica  di Daguerre  (pagando una pensione annua di 6.000 franchi a Daguerre e  4.000 agli eredi di Niepce, un vero patrimonio), il 6 Gennaio 1839 fu  annunciata la scoperta della tecnica sulla  ‘Gazette de France’, il 19  Agosto 1839 fu finalmente reso pubblico il procedimento durante una  riunione plenaria dell’Accademia delle Scienze e dell’Accademia delle  Belle arti francese, grazie anche all’interessamento dell’amico Domenico  Franscesco Arago. In tutti gli annunci, fu sempre e solo Daguerre ad  essere considerato l’inventore della tecnica, mentre Niepce fu solo  citato come collaboratore. La fama di Daguerre crebbe a dismisura,  ricevette la Legion d’Onore e fu eletto membro onorario dell’Accademia  delle Scienze.
Sempre nel 1839 Daguerre, forte dei soldi ricevuti  dallo Stato per il brevetto, realizzò con il cognato Alphonse Giroux (un  cartolaio di Parigi) la prima fabbrica di macchine fotografiche: camere  oscure realizzate in legno e con lenti acomatiche  di Chevalier  (le  creò nel 1829  e avevano una lunghezza focale di 40,6 cm ed una  luminosità di f/16 – ricordo che la camera oscura era usata per  molteplici scopi come osservazione del cielo o per la pittura). A  proposito, Daguerre fu molto furbo: venduto il brevetto in Francia, andò  in Inghilterra e brevettò nuovamente la sua scoperta…in Inghilterra per  usare il suo procedimento bisognava pagare le licenze d’uso!
Daguerre  divenne ricchissimo  e visse il resto della sua vita tra agi e,  appunto, ricchezze, ma bisogna comunque dire che non furono tutte rose e  fiori, tant’è che all’indomani dell’annuncio all’accademia delle  Scienze non furono poche le polemiche.
Il tedesco Hofmeister (un  parroco)  ad esempio rivendicò l’invenzione nel 1834, il francese Gauné  nel 1827, l’inglese Towson nel 1830 e l’inglese Reade nel 1836. Ma  nessuno riuscì in realtà a dimostrarlo, per cui fu tutto un nulla di  fatto. Anche per Baygard ci fu poca gloria, probabilmente colui che  realmente inventò la fotografia prima di Daguerre e Niepce stesso.  Hippolite Bayard era un impiegato del Ministero delle Finanze che nel  tempo libero si “dilettava” con esperimenti fotografici, al punto di  riuscire, tre anni prima l’annuncio di Daguerre, ad ottenere un positivo  direttamente nella camera oscura, utilizzando carte di cloruro  d’argento. Bayard fu praticamente messo in ombra dall’amico di Daguerre,  Arago, che più volte tentò di dissuadere (prima demoralizzandolo e poi  pagandogli la miseria di 600 franchi) il francese dal proseguire per la  sua strada, convincendolo infine a passare all’uso del dagherrotipo.
Per  rendere chiaro quanto il dagherrotipo divenne popolare e quanto  Daguerre divenne ricco, pensate che a Parigi, nel 1847, furono vendute  qualcosa come 2000 macchine fotografiche e mezzo milione di lastre  fotografiche.
La dagherrotipia fu una vera rivoluzione, non solo  dal punto di vista dell’innovazione tecnologica, ma anche culturale:  furono tantissimi i pittori che abbandonarono i pennelli per passare  alla macchina fotografica, attratti dal nuovo modo di catturare le  immagini molto più somigliante alla realtà di quanto potessero fare a  mano. Ci fu un proliferare di ritrattisti che, forti della novità (e  soprattutto all’uso di lastre dorate che riproducevano, più o meno, il  colore della pelle), riuscivano a vendere centinaia di ritratti a prezzi  altissimi (in Inghilterra si parla di 5 sterline a fotografia, un  salasso per quel periodo).  Proprio l’uso delle lastre dorate (e quindi  della sensazione di colore) fu alla base dello sviluppo delle prime immagini di nudo (gli antenati di Playboy e simili): si trattata di foto di quadri  (non direttamente di modelle, sarebbe stato impossibile ottenere  un’immagine a fuoco con una modella vivente, considerando i lunghi tempi  di esposizione!) realizzati quanto più possibili simili alla realtà. La  fotografia, in pratica, permetteva di duplicare il quadro in tempi  molto ristretti, oltre che far guadagnare montagne di soldi a chi le  realizzava e vendeva.

William Henry Fox Talbot
Passiamo adesso al 1841, Inghilterra: William Henry Fox Talbot creò il metodo chiamato calotipia.  Trattasi di una tecnica basata sull’utilizzo di un negativo di carta:  in questo modo, partendo da una sola matrice era possibile creare  moltissime copie.
Nasce la fotografia analogica attuale.

La  calotipia di Talbot, ad essere precisi, nacque come idea già nel 1833,  quando l’inglese era in vacanza in Italia, sul lago di Como, e fu  folgorato da un’idea mentre realizzava disegni con l’ausilio di una  camera obscura. Come successivamente raccontò: “Riflettevo sull’immutabile bellezza dei quadri che la Natura offre e che le lenti della camera oscura riproducono sulla carta. Quadri favolosi che però si dissolvono in un baleno. Fu  facendo questi pensieri che mi venne in mente come sarebbe stato bello  fare in modo che le immagini naturali si imprimessero da sole sulla  carta rimanendovi fissate per sempre“.
Gli ci vollero 6 anni  per trasformare l’idea in qualcosa di tangibile e nel 1839 (lo stesso  anno del dagherrotipo) rese noti i suoi studi ed il suo metodo, nominato  Talbotype, successivamente migliorato e chiamato, appunto nel 1841, calotipia.
Il  sistema non era tanto dissimile da quello di Daguerre: il foglio di  carta per il positivo e quello per il negativo erano imbevuti di cloruro  di sodio e quindi sensibilizzato con lo ioduro d’argento, sostituito  poi dal trisolfato di iodio. L’effetto finale era migliore per il tipo  di supporto impiegato (carta invece di lastra) come si può vedere nella  foto di seguito.

                                                                     Talbot:  Foto ottenuta con il procedimento della calotipia
Il  grandissimo vantaggio della calotipia è che era basato sul dualismo  negativo-positivo e non sul negativo trasformato in positivo. Ciò  significa che, partendo da un negativo, era possibile ricavare più  positivi.
In pratica, Talbot fotografava la scena usando la carta  che fungeva da negativo. Successivamente fotografava il negativo al fine  di invertire l’immagine, rendendola di conseguenza un positivo. Nel  fare ciò, il negativo non veniva più toccato ma poteva essere usato  all’infinito come fonte delle fotografie.
Inoltre, proprio per la  scissione fisica tra negativo e positivo, era anche possibile ingrandire  il negativo e quindi ottenere delle fotografie “zoomate”. Il problema  delle foto di Talbot rispetto a quelle di Daguerre, però, era la  sensazione di colore: il dagherrotipo permetteva di fotografare su  “lastre”,mentre la calotipia su carta. Nel secondo caso il colore era  dato principalmente dal tipo di carta impiegato, quindi molto più piatto  di quanto non si potesse ottenere con la dagherrotipia e con le sue  lastre dorate. Di contro, però, le fotografie realizzate con la tecnica  della calotipia erano colorabili a mano (era carta), una tecnica usata  spessissimo dai pittori che passarono alla fotografia abbandonando  “parzialmente” i pennelli.

L’evoluzione della fotografia
Tra  il 1841 ed il 1851 si utilizzano i due procedimenti di cui sopra  affinandoli e migliorando la qualità  soprattutto delle sostanze  fotosensibili.
Nel 1847 Niépce de Saint Victor idea un procedimento che non ebbe molta fortuna: creò il negativo su lastra di vetro albuminata.  Idea pessima per quanto riguarda la scarsa sensibilità del prodotto  finale, ottima (tanto da diventare il procedimento standard per i  successivi 50 anni!) nell’intuizione di usare l’albumina quale “colla”  per la soluzione fotosensibile. Sono le basi per la realizzazione della  carta all’albumina ad opera di Luois Blanquart-Evrard).
Nel 1851 arriva un forte salto di qualità grazie a Frederick Scott Archer che inventò la tecnica del collodio umido.  In questa tecnica, la lastra viene sensibilizzata poco prima del suo  uso. Il che significa usarla quando è ancora umida (da cui il nome): il  risultato è talmente buono da spazzare via le soluzioni basate sul  dagherrotipo e calotipia.
Nel 1861 il James Clerk  Maxwell sviluppò quella che potremmo definire l’antesignano del sensore  fotografico “analogico”, o meglio dell’RGB: in pratica effettuava tre  fotografie dello stesso soggetto su tre differenti lastre attraverso tre  filtri di colore Blu, verde e rosso. Le tre lastre venivano quindi  sviluppate in tre diapositive che venivano proiettate per  “sovrapposizione” tramite tre proiettori a cui erano applicati i  medesimi filtri: il risultato era un’immagine a colori dell’oggetto fotografato. Nasce la fotografia a colori.La rivoluzione della qualità fotografica arriva nel 1871: Richard  Leach Maddox crea il sistema a secco per produrre le lastre alla  gelatina di bromuro d’argento. Addio all’umido e via libera alla  portabilità massima delle lastre fotografiche.

Prima foto a colori della storia
Nel  ventennio tra il 1851 ed il 1871 ci saranno parecchie invenzioni: dalla  fotoincisione (Talbot, 1852) alla fotolitografia (Pointevin, 1855),  dallo stereoscopio a lenti (Davi Brewster, 1851) fino alla teorizzazione  della fotografia a colori (Louis Ducos Du Hauron, 19862). Lo stesso  Ducos pubblicherà, nel 1869, un articolo che descrive un metodo per  ottenere immagini a colori. Nel frattempo, nel 1867, venne fondata una  società che risulterà particolarmente attiva nel settore fotografico  futuro: la tedesca Agfa.
Passiamo al 1881: nasce  grazie a Eder e Pizzighelli la carta al cloruro d’argento, altro momento  molto importante nella strada di avvicinamento ai moderni apparecchi  fotografici.

La fotografia moderna
Il 1883 è  la data storica per tutta la fotografia: una piccola azienda americana  mette in vendita una fotocamere in grado di separare nel tempo i  processi di preparazione, ripresa, sviluppo della foto e stampa della  stessa. Quella ditta era la Kodak (morta poi nel 2012) e  quella fotocamera (inventata dal grandissimo George Eastman) era la  prima vera macchina fotografica: al suo interno vi era un rullo ci carta  speciale (il primo rullino in pratica, inventato sempre da Eastman: si  trattava della prima pellicola flessibile mai realizzata in serie) che,  muovendosi, permetteva di scattare fino a 100 foto. I fotografi potevano  in questo modo scattare 100 pose e quindi, a fine rullo, riportare la  macchina alla Kodak. Gli esperti dell’azienda ricaricavano la macchina  con un nuovo rullo e sviluppavano le fotografie fatte con quello usato.  Il modello in questione, commercializzato nel 1888, venne chiamato  semplicemente Box Kodak, venduto a circa 25 dollari e fu pubblicizzata  con uno slogan tra i più famosi in assoluto: You press the button, we do the rest.  Il costo di sviluppo era pari a 10 dollari e comprendeva anche la  stampa del negativo nonché l’inserimento della macchina fotografica di  un nuovo rullo da 100 esposizioni e la spedizione a casa del cliente,  operazione che poteva richiedere da 5 a 10 giorni, a seconda degli agenti atmosferici (come era fedelmente riportato sul libretto delle istruzioni della Box Kodak).
Il 1888 è  quindi l’anno della svolta, l’anno della democratizzazione della  fotografia, l’anno in cui tutti, ma proprio tutti, possono acquistare un  apparecchio fotografico e scattare in totale autonomia quante  fotografie volevano.
Mentre nel 1890 venne commercializzato il primo obiettivo anastigmatico (un Protar con f/7,5), nel 1891 Kodak  lavorò sui rulli fotografici, cercando di renderli ancora più pratici,  al punto da mettere in condizioni chiunque di sostituirli negli  apparecchi fotografici (nonostante il prezzo della Box Kodak non fosse  proprio bassissimo vendettero tantissimi apparecchi, tanto da avere  problemi nello smaltire le richieste di “ricarica”). A tal scopo fu  introdotto una sorta di involucro esterno in grado di preservare la  pellicola alla luce: a partire da questo momento era quindi possibile  sostituire le pellicole alla luce del sole (è il padre dei rullini  fotografici che abbiamo maneggiato fino a qualche anno fa).
Nello stesso anno (1891)  un fisico francese, Gabriel Jonas Lippmanm, realizzò la prima vera  fotografia a colori da singolo scatto (cosa che gli valse addirittura un  Nobel per la fisica, conferitogli nel 1908). Lippmann realizzò una  lastra a colori utilizzando l’interferenza delle onde dell’immagine  con la loro stessa riflessione su uno specchio di mercurio posto dietro  l’emulsione sensibile. Ogni raggio di luce catturato impressiona in  modo differente la lastra, in funzione della lunghezza d’onda del  raggio di luce stesso.

Altra data storica da ricordare è quella del 1895:  i fratelli Lumière inventano il cinematografo. La caratteristica più  importante del cinematografo, oltre ovviamente alla possibilità di  registrare immagini in rapida sequenza, è quella di operare su pellicole  dalla dimensione “ridotta”: 35mm. Da questo momento, proprio grazie al  cinema, il 35mm diventerà lo standard per la fotografia.
Nel 1900 e nel 1902 vennero  commercializzate due macchine fotografiche che hanno fatto la storia  della fotografia: rispettivamente Kodak introdusse sul mercato la prima  macchina fotografica entry level (la Brownie costava solo 1 dollaro e 15  centesimi una pellicola) e Zeiss la Graflex, una reflex monoobiettivo  che per decenni è stata la macchina fotografica utilizzata dai  giornalisti americani.

Kodak  Brownie Target Six-20

Arriviamo al 1904:  la data della seconda rivoluzione fotografica. Furono i  celeberrimi fratelli Auguste e Louis Lumière (che non inventarono solo  il cinematografo!) ad inventare l’autocromo.
Da Wikipedia:
Il  principio su cui si basava l’autocromia era quello della sintesi  additiva spaziale, poiché i colori che apparivano sulla lastra autocroma  erano ottenuti grazie a un mosaico di piccolissimi filtri costituiti da  granelli di fecola di patate colorati in verde, blu-violetto e  arancione. Questi granelli venivano stesi su un supporto di vetro in uno  strato sottilissimo, in modo che non si sovrapponesero, ma risultassero  giustapposti. Gli interstizi venivano poi riempiti con nerofumo. Sullo  strato di granelli di fecola veniva poi stesa un’emulsione fotografica  in bianco e nero. La lastra veniva esposta dal lato del supporto e  sviluppata. Poiché l’immagine così ottenuta era un negativo a colori  complementari, la lastra veniva poi sottoposta a un procedimento  d’inversione, in modo da ottenere un’immagine positiva. L’inversione  veniva generalmente ottenuta dapprima eliminando le zone esposte  dell’emulsione (quelle che dopo lo sviluppo apparivano nere), poi  riesponendo la lastra, stavolta dal lato dell’emulsione, in modo da  impressionare l’emulsione rimasta, e infine sviluppando di nuovo.  L’immagine ottenuta, osservata da vicino, appariva come un quadro  puntilista in cui i colori erano ottenuti per sintesi additiva spaziale  dai tre primari verde, blu-violetto e arancione.
L’autocromia,  nonostante il complicato processo di sviluppo e il costo  particolarmente elevato, ebbe un successo enorme (fu usato per la  realizzazione di scatti a colori durante la prima guerra mondiale).
Quattro anni dopo, nel 1908,  il francese Louis Dufay brevettò il Dufaycolor, un processo fotografico  per ottenere immagini a colori. Basato sul processo dei fratelli  Lumière, di fatto ne semplificava lo sviluppo, rendendo il procedimento  ed i materiali più semplice, economico ed alla portata di un pubblico  più vasto.
Nel 1912 è la volta di un’altra  invenzione che farà la storia della fotografia, firmata dal tedesco  Friedrich Deckle: l’otturatore Compur. Questo particolare otturatore  divenne talmente comune da equipaggiare quasi tutti i modelli di  macchine fotografiche prodotte fino agli anni cinquanta.
Sempre nel 1912 vennero  introdotte sul mercato la Speed Graphic (famosa per essere stata la  macchina fotografica dei fotoreporter americani fino agli anni  cinquanta) e la Kodak Vest Pocket. Quest’ultimo modello rendeva ancora  più semplice l’avvicinamento alla fotografia: il soffietto era infatti  reso rigido dalla presenza di stecche in metallo che ne riducevano di  fatto l’escursione laterale, velocizzando e non di poco la preparazione  alla fotografia. Inutile dire che fu un altro successo straordinario  targato Kodak.
Il 1913 vide la reale  standardizzazione del 35mm, ad opera dell’ingegnere Oskar Barnack (un  dipendente di una piccola azienda fotografica tedesca di nome Leica).  Questi lavorò su un modello tascabile di macchina fotografica  compatibile con il formato della pellicola cinematografica (35mm per  l’appunto), molto più piccolo dei modelli fino a questo punto in  vendita. Al fine di ottenere un buon compromesso tra dimensione finale  dell’immagine e quella dell’apparecchio, dovette però scartare il  formato cinematografico dove le pellicole erano 18x24mm (troppo  strette), adottando un più consono 24x36m (in pratica raddoppiò il lato  corto e ribaltò la pellicola). In questo modo ottenne due risultati:  mantenne simile il formato (passò da 4:3 a 2:3) ma ottenne il doppio  dello spazio in larghezza, più che sufficiente per per fotografie.  Peccato che la Prima Guerra Mondiale non permise alla Leica di sfruttare  immediatamente l’invenzione, rimandata di ben 11 anni.
Nel 1914 la  Kodak realizzò una nuova pellicola a colori: verrà poi chiamata  Kodachrome nel 1935 e commercializzata l’anno successivo e sarà la  pellicola più longeva in assoluto, uscita di produzione nel 2010 quando  la fotografia analogica arrivò praticamente al capolinea a causa  dell’avvento del digitale.
Durante gli anni della Grande Guerra,  poche furono le invenzioni relative alla fotografia ma nacquero tre  aziende che in futuro (compresi i giorni nostri) domineranno il mercato:  nel 1917 la Nippon Kogaku K.K. (successivamente ribattezzata con il più semplice nome di Nikon), nel 1918 la Olympus e la Panasonic e nel 1919 la Pentax. Anche l’Italia vide la nascita di uno dei più famosi produttori di pellicole fotografiche, la Ferrania (1920, nata con il nome di “Film”).
Anche in Germania, comunque, il mondo della fotografia non rimase a guardare. Carl Zeiss fuse sotto un solo nome (Zeiss Ikon, 1919)  parecchie piccole realtà locali (destinate al fallimento a causa della  perdita del conflitto mondiale da parte della Germania) e nacque (1920) la Franke & Hidecke (che successivamente cambiò nome in Rollei).
Nel 1925 finalmente  la Leica potè dare seguito a quanto inventato dal Barnack e fu immessa  sul mercato la prima vera macchina fotografica con pellicola da 35mm,  chiamata semplicemente Leica I. Il 1925 fu anche l’anno del debutto del  primo flash elettronico.
Gli anni successivi segnarono l’inizio della grande “guerra” tra i produttori tedeschi: nel 1929 venne infatti commercializzata la prima macchina fotografica della Rollei, chiamata Rolleiflex, mentre nel 1932 la Zeiss immise sul mercato la Contax I. Il 1932 fu  anche l’anno del suicidio di Mister Kodak: George Eastman infatti si  tolse la vita lasciando un semplice, laconico messaggio: ai miei amici: il mio lavoro è compiuto. Perché attendere?
Nel frattempo, ricordiamo come nel 1928 fu fondata la Minolta mentre nel 1932 furono commercializzati i primi obiettivi giapponesi della Nippon Jogaku, chiamati Nikkor.
Anno importante fu anche il 1934: nel paese del Sol Levante vide i natali la Precision Optical Instruments Laboratory (fondata  dall’imprenditore Tashima Kazuo) che, con l’aiuto di Nikon, produsse il  primo prototipo di fotocamera con telemetro 35mm, chiamato Hansa  Kwanon.
L’anno successivo, quando questo prototipo vide la luce, fu registrato il marchio Canon (1935).
Nel 1934,  oltre che per la Canon, va ricordato anche per l’invenzione ad opera  di Edwin H. Land che realizzò un foglio polarizzante, un prodotto alla  base della ditta che fonderà nel 1937 chiamata con lo stesso nome di  questo foglio: Polaroid. Si tratta di una pellicola di  nitrocellulosa (una sorta di plastica, ovviamente trasparente) su cui  erano affogati dei cristalli di solfato di iodiochinino. Questi  cristalli, aghiformi, sono orientati parallelamente tramite l’uso di un  campo magnetico. Il film ottenuto è quindi dicroico: assorbe la luce  polarizzata perpendicolare alla direzione d’allineamento dei cristalli.  Nascono quindi le lenti polarizzate e qualche anno dopo (intorno al  1948) verrà prodotta anche la prima macchina fotografica Polaroid (dove  la pellicola era anche in grado di autosvilupparsi). A proposito, nel  1934 vide i natali anche la giapponese Fuji.
Nel 1936,  come accennato precedentemente, venne commercializzata la pellicola a  colori Kodachrome sia a 16 che 36mm. Stesso anno ma azienda diversa:  Agfa lanciò l’Agfacolor.
Ma il 1936 è famoso per un altro oggetto commercializzato a Dresda dalla Ihagee: la Kine-Exakta è la prima macchina Reflex della  storia, con mirino a pozzetto (anche se dopo la caduta del muro di  Berlino si scoprì come in Russia esisteva già dal 1934 la Sport, una macchina fotografica Reflex che non arrivò mai nei paesi occidentali). Nello stesso anno venne fondata la Ricoh.
Nel 1938 fu fondata la Samsung.

 


La Fotografia fra le due guerre

DAL  1937 AL  1959
Nel 1937 vide i natali a Milano la ICAF (poi rinominata Bencini). Nel 1938 la  Ducati produsse una delle prime macchine fotografiche commerciali ad  ottiche intercambiabili (ma in formato ridotto 18x24mm) e nello stesso  anno (1938) arrivò sul mercato la Kodak SiperSix-20, caratterizzata a dall’esposizione automatica.
Nel 1940 fu fondata la Mamiya.
Nel 1941 fu  fondata la Hasselblad in Svezia. Caratteristica strana, nacque come  società di commercio, passata poi alla fotografia durante la seconda  guerra mondiale al fine di permettere all’aeronautica svedese di  effettuare riprese aeree.
Kodak, nel 1942, commercializzò il proprio negativo a colori (Kodacolor), in ritardo di un anno (era il 1941) rispetto ad Agfa e Ansco.
Nel 1946 la Nippon Kogaku cambia nome e diviene Nikon.
Nello stesso anno venne fondata la Sony e la Casio.
Nel 1948 la  Fuji presentò il proprio modello di pellicola negativa a colori, un  anno prima dell’italiana Ferraniacolor.
Nello stesso anno, come  anticipato poco sopra, venne prodotta la prima Polaroid Modello 95.   Sempre nel 1948 Victor Hasselblad presentò quella che probabilmente è  stata la fotocamera reflex medio formato più famosa del mondo: la Hasselblad 1600F.
Ed ancora, a Dresda, vide la luce un’altra pietra miliare della  fotografia: la prima macchina fotografica con innesto a vite per gli  obiettivi, la Praktireflex (ad opera della ditta Praktica).  Sempre nel  1948 anche l’Italia fece la sua (piccola) parte: quell’anno fu infatti  presentata la prima e l’unica macchina reflex prodotta in italia. Si  trattò della Rectaflex, una reflex 35mm con mirino a pentaprisma, otturatore ed innesto a vite. Peccato che passò quasi inosservata
L’anno successivo, il 1949,  vide i natali della reflex a telemetro di casa Nikon, chiamata Nikon I.  Nello stesso anno Carl Zeiss presentò la Contax S con innesto a vite  per gli obiettivi e pentaprisma. Fu proprio questo modello ad offuscare  la Rectaflex, supendo appunto il mondo con l’innesto a vite (in  occidente) e il pentaprisma. Nello stesso anno vennero fondata anche la Yashica e la Sanyo.
Fino  a questo punto, la guerra fotografica fa oriente ed occidente (o meglio  tra Germania e Giappone) era tutta a favore della Germania, dove i  prodotti delle varie Rollei, Zeiss, Agfa, Exakta e Leitz erano  considerati inarrivabili dalle macchine realizzate in Giappone (più  spesso considerate delle brutte copie). La storia però cominciò a  cambiare (anche se un vero sorpasso lo si ebbe solo negli anni ’70),  soprattutto perché nel 1950 la Nikon divenne una sorta  di eccellenza nell’ambito delle ottiche: il fotografo americano David D.  Duncan infatti ebbe l’idea di montare obiettivi Nikkor su fotocamere  Leica. Il risultato fu straordinario in quanto a resa dell’apparecchio  ibrido. Sempre nel 1950 vide la luce la più importante (tutt’ora) fiera  della fotografia: il Photokina. Nacque inoltre la Tamron.
Nei  successivi 8 anni ci furono parecchie migliorie apportate sia alle  macchine fotografiche che alle ottiche e alle pellicole ma nessuna vera e  propria rivoluzione. Possiamo ricordare per esempio la Exakta Varex(reflex a mirini intercambiabili), la Praktina FX (attacco a baionetta, mirini intercambiabili e spazio per una pellicola lunga 17 metri),
la Hasselblad 500C (famosa per essere stata usata dalla NASA durante le sue missioni spaziali), la nascita delle ottiche grandangolari (ad  opera del francese Pierre Angenieux) nonché di una grandissima varietà  di pellicole a differenti ISO, in grado di catturare immagini anche in  presenza di poca luce.
Il 1959 fu un anno fondamentale per la fotografia. Fu infatti presentata la Nikon F:  una reflex professionale dotata di mirini intercambiabili, ottiche  intercambiabili con innesto a baionetta Nikkor, motore elettrico per il  trascinamento della pellicola ed un prezzo decisamente più basso della  concorrenza tedesca. Forte della notorietà delle ottiche Nikkor sul  mercato americano, la Nikon F fu più di un successo (tanto che finì  anche in un film di Antonioni, Blow Up), tanto da decretare la fine  della supremazia europea (o meglio tedesca) nell’ambito Reflex.

La Fotografia nel dopoguierra

DAL  1959 AL  1969
Nel 1959 vide la luce anche il primo zoom ad opera della Voigtländer (si trattava di  un 35.83mm con f/2.8), fu realizzata la prima fotografia della faccia  nascosta della luna (sonda Lunik III) e la Olympus presentò una serie di  macchine fotografiche compatte “mezzo formato” (quindi 18x24mm)  chiamate Pen, Canon mise in commercio la sua reflex 35mm Canonflex. Fu inoltre fondata la Kyocera.
Nel 1960 vide  la luce la R2000, una reflex Canon che si fregiò del titolo di macchina  più veloce del mondo: poteva scattare ad una velocità di 1/2000  secondi, un’enormità per quel periodo. Sempre nel 1960 nacque la prima  macchina fotografica subacquea (Nikonos).
Nel 1961: nacque la Sigma.
Il 1962 vide  la prima reflex ad andare nello spazio: si trattava di una Minolta  Hi-Matic (per la cronaca fu rimarcata Ansco in quanto prodotto non  americano) che accompagnò John H. Glenn.
Nel 1963 la Kodak  rilasciò Instamatic, un sistema che semplificava il caricamento dei  rullini negli apparecchi (tutt’ora usato, basato su un rullino  fotografico inserito in una cartuccia) mentre la giapponese Canon creò  un prototipo di macchina fotografica in grado di mettere a fuoco da sola.  Ironico pensare che questo prototipo fu considerato senza futuro e  messo temporaneamente da parte.  Sempre nel 1963 nacque la pellicola a  sviluppo immediato Placolor (poi usata, ovviamente, nelle Polaroid). Venne inoltre commercializzata la prima reflex 35mm con esposimetro TTL: la TopCon RE Super (ancora dal Giappone). Nikon (Nikkor) inventò l’obiettivo fisheye e  Olympus immise sul mercato la Pen F, una Reflex in grado di produrre  immagini mezzo formato su pellicola 35mm sia in modalità manuale che  semiautomatica in priorità dei tempi.
Il 1964 fu  uno degli ultimi anni in cui i produttori europei riuscirono a proporre  qualcosa di innovativo. In particolare la Voigtländer presentò una  reflex dotata di flash elettronico incorporato: una soluzione si  innovativa ma talmente costosa da far fallire praticamente il prodotto.  Nello stesso anno, a titolo di curiosità, fu immessa sul mercato anche  la macchina fotografica usata poi da Armstrong per fotografare il suolo  lunare, la HallelblDC.
L’anno successivo, il 1965,  fu la volta della Konica Autoreflex (una macchina fotografica con  esposizione automatica), nonché della Swinger della Polaroid  caratterizzata da una scritta “YES” oppure “NO” che appariva sul mirino  in funzione del fatto che la luce fosse o meno sufficiente per scattare  la fotografia.


DAL  1969 AL  1979
Nel 1969 cominciò la rivoluzione digitale (almeno in senso lato): fu infatti inventato il CCD (Charge Coupled Device) da parte dei fisici Willard S. Boyle e George E. Smith (Bell laboratories).
Il 1970 segnò  l’inizio della fine dell’Europa quale produttore di fotocamere: in  quest’anno la Rollei chiuse le fabbriche europee e trasferì la  produzione a Singapore. L’anno successivo, il 1971, segnò la fine di Carl Zeiss quale produttore di macchine fotografiche, decidendo di concentrarsi unicamente sulle ottiche.
Nel 1972 cominciò a svilupparvi la battaglia Canon/Nikon: la prima presentò la Canon F-1 (la prima vera reflex professionale di casa Canon) mentre la Nikon rispose con la Nikon F2, che andò a bissare il successo della progenitrice F. Nello stesso anno arrivarono anche la Pentax Electro Spotmatic (la prima reflex automatica a priorità di diaframmi, equipaggiata con un un otturatore a controllo elettronico) e  la Olympus OM-1   (famosa per essere, in quel periodo, la reflex più compatta mai  prodotta). Nello stesso anno anche Kodak immise sul mercato  probabilmente il suo prodotto di maggior successo; la Pocket Instamatic,  capace di vendere, nel suo ciclo vitale, più di un miliardo di  esemplari. Anche Polaroid immise sul mercato una propria reflex,  chiamata SX-70 (era pieghevole). Nello stesso anno, la Texas Instruments  brevettò una macchina fotografica senza pellicola. Macchina che però  non venne mai realizzata.
Nel 1973 fu la volta  della Leica gettare più o meno la spugna: fece produrre i propri  apparecchi CL (le Compact Leica) dalla giapponese Minolta.
Il 1974 fu  l’anno in cui venne realizzato il primo vero sensore CCD (a firma  Fairchild Camera and Instrument): si trattava di un sensore 100×100  linee. In contemporanea, in Italia, Lino Manfrotto immise sul mercato il  suo primo treppiedi.
1975:  Ancora Kodak fece parlare di se. Steven Sasson (morto recentemente)  effettuò la prima fotografia digitale della storia (nella foto a  destra). Peccato che la Kodak decise di congelare il progetto e di  secretare l’invenzione (di cui non si seppe nulla fino al 2005), per  paura che la vendita delle pellicole e delle macchine fotografiche  analogiche ne potesse risentire (cosa che poi accadde). La macchina  fotografica realizzata (sempre nella foto a destra) era dotata di un  sensore CCD da 0,01 Megapixel e catturò un’immagine in bianco e nero,  impiegando qualcosa come 23 secondi per salvare l’immagine su una  cassetta.  In contemporanea, la giapponese Yashica fu una delle prime  vittime dell’agguerrita competizione nel mercato fotografico, riuscendo a  salvarsi dalla bancarotta solo grazie all’intervento delle banche.
Nel 1976 Canon  presentò uno dei suoi modelli più famosi, la AE-1 (ne vendette 8  milioni di pezzi), caratterizzata dall’elettronica molto spinta. Sempre  nello stesso anno, in America, il ricercatore (ancora in forza alla  Kodak) Bryce Bayer inventò l’omonimo filtro RGB,  tutt’ora impiegato sui sensori fotografici per permettere la  memorizzazione dei colori come percepiti dall’occhio umano (stesse  proporzioni). Carl Zeiss, intanto, si accordò con l’agonizzante Yashica  per provare a entrare nuovamente nel mercato fotografico,  commissionandogli le fotocamere Contax.

 
DAL  1979 AL  1999
Nel 1979 Minolta  immise sul mercato la reflex XD-7, una macchina fotografica con  esposizione automatica, a priorità di tempo e di diaframmi. Anche Konica  fece la sua parte, introducendo la prima compatta totalmente autofocus,  la C35AF. E’ l’inizio della fotografia di “massa”, alla portata  praticamente di chiunque.
Nel 1980 Nikon presentò  la F3 quale risposta alla Canon AE-1, anch’essa ricchissima di  elettronica. La Nikon F3 gode tutt’ora di un record: fu prodotta per  circa 20 anni, fino al 2000).
Il 1981 è l’anno  della seconda rivoluzione fotografica, 98 anni dopo la messa in  produzione della prima macchina fotografica (la Box Kodak). Il fondatore  della Sony, Akio Morita, presentò la reflex Mavica (Magnetic Video  Camera): la prima fotocamera digitale in grado di memorizzare le  immagini su di un floppy disk. Nasce la fotografia digitale. Va inoltre ricordato come, in contemporanea, Pentax presentò la reflex ME-F, prima reflex in assoluto a montare un sistema di autofocus interno al  corpo macchina (l’obiettivo era motorizzato e il contatto con il corpo  macchina, dal punto di vista elettrico, avveniva tramite l’attacco KF),  mentre la Ricoh introdusse sul mercato un obiettivo 50mm con incorporato  il sistema autofocus sviluppato da Honeywell. Nacque inoltre Logitech.
Il 1982 vide  la fine della Agfa quale produttore di apparecchi fotografici (e di  proiettori) mentre sia Kodak che Polaroid immisero sul mercato due  prodotti-flop: il formato Disc e Polavision rispettivamente, totalmente  snobbati dal mercato. In contemporanea venne fondata la Adobe.
Nel 1983 la Yashica fu acquisita dalla Kyocera, chiudendo di fatto la sua attività.
Nel 1985 Minolta  introdusse la reflex autofocus 7000, dotata appunto di un autofocus  integrato nonché di un avanzamento automatico della pellicola.  L’anno  prima, per la cronaca, fu inventata la flash memory da Toshiba.
Il 1986 vide  porre sul mercato tre modelli dotati di avanzamento meccanizzato della  pellicola: la Pentax SFX e la Canon EOS 650. Sempre nel 1986, prese il  via la produzione da parte di Pentax della prima reflex dotata di  obiettivo Zoom, chiamata Zoom 70 e della prima Canon digitale (la  RC-701). In contemporanea, Kodak mise a punto il primo CCD da 1,4  Megapixel.
Nel 1987 fu la volta della prima Nikon  con avanzamento della pellicola automatico, la F501. Al contempo, Kodak  entrò nel mondo dei video con ben 7 differenti prodotti in grado di  coprire tutte le fasce di attività, dalla registrazione alla  memorizzazione, dalla trasmissione alla stampa di immagini e video.   Contemporaneamente Adobe presentò il suo programma di punta per il video  editing, Photoshop.
Nel 1988 Kodak sviluppò ulteriormente il suo CCD, raggiungendo i 4 Megapixel.
Nel 1989 vide la luce la prima compatta digitale, chiamata Ion, firmata Canon.
Nel 1990 Kodak  creò il sistema CD Photo e nell’anno successivo immise sul mercato la  prima reflex totalmente digitale, chiamata DCS-100. La DCS-100 però, non  è una vera macchina Kodak: la ditta americana infatti modificò una  Nikon F3 integrando su di esso un motore MD-4, un sensore da 1,3Mpx, un  hard disk esterno ed un display da 4 pollici.
Nel 1991 la Kodak immise sul mercato la DSC-200 (modello è basato sulla Nikon F801).
Nel 1992 venne presentata la prima reflex subacquea a firma Nikon, chiamata Nikonos RS e nasce la lomografia  (grazie al rinvenimento di una vecchia Lomo, una macchina russa, non  perfettamente impermeabile alla luce esterna). In contemporanea Sigma  lanciò la sua prima reflex digitale, la SA300 mentre la Svizzera  Logitech lanciò una compatta digitale che ebbe un grande successo,  grazie anche al prezzo molto competitivo.
Nel 1994 Kodak  abbandonò Nikon per allearsi con Canon. Da questo connubio videro la  luce ben quattro fotocamere basate sulla EOS-1N, dotate di elettronica  (e sensore) Kodak. Fu inoltre presentata a firma Sandisk la prima  Compact Flash. Samsung sviluppò la prima fotocamera con zoom 4x.
1995:  Nikon, chiuso il rapporto con Kodak, si alleò con Fuji e presentarono  la Nikon E2 e la Nikon E2S, la fotocamera reflex digitale più veloce del  mondo, capace di registrare fino a 7 scatti per secondo.
Il 1996 fu  l’anno del grande flop firmato da 5 produttori, ovvero Kodak, Minolta,  Canon, Nikon e Fuji: il sistema APS (Advanced Photo System). Il sistema  APS nacque come “successore” del 35mm analogico e si basava su dei  negativi che si interfacciavano da una parte con la fotocamera  (magneticamente) e dall’altra con il laboratorio di stampa. Il vantaggio  dell’APS era la possibilità di ottenere 3 differenti formati di stampa  dallo stesso negativo, purtroppo fu immesso sul mercato nel momento  peggiore, ovvero quando il digitale stava prepotentemente prendendo il  sopravvento sull’analogico.  In contemporanea, proprio a sottolineare la  problematica sopravvivenza dell’analogico, Casio immise sul mercato la  QV-10, la prima fotocamera compatta dotata di schermo LCD: era ora possibile vedere immediatamente le fotografie scattate, la fotografia è sempre più vicino alle grandi masse.  Nello stesso anno anche Leica produsse la prima reflex digitale (26  megapixel) anche se, per vedere una Leica digitale a telemetro,  bisognerà aspettare il 2006.
Gli anni successivi furono un inseguirsi sempre più frenetico tra i vari produttori fotografici: nel 1997 Nikon  produsse la sua prima compatta digitale (Coolpix 100) e Canon la sua  prima PowerShot, mentre Pentax uscì sul mercato con la prima reflex  medio formato analogica in assoluto, la 645N.
Nel 1999 Nikon  presentò la Reflex D1, una pietra miliare nel mondo della fotografia.  Si trattava di una reflex digitale professionale disponibile a circa la metà del prezzo delle reflex concorrenti. Inutile dire che ebbe un successo enorme.


DAL  2000 AL  2013
Nel 2001,  a causa dell’avvento del digitale, uno dei grandi nomi della fotografia  analogica si avviò alla bancarotta: Polaroid.  Nello stesso anno fu  introdotta sul mercato la serie Lumix (dotata di ottiche Leica) di  Panasonic.
L’anno successivo, il 2002, segnò un  altro passo verso la massificazione della fotografia digitale. Nokia  presentò infatti il primo telefono cellulare con fotocamaera integrato,  il 7650. In parallelo, la giapponese Contax immise sul mercato la Contax  N, la prima reflex digitale dotata di sensore 24×36.
Nel 2003 fu Olympus a mettere in produzione la prima reflex digitale in formato quattro terzi,  ovvero la E-1.  Anche Canon, seppur con 4 anni di ritardo, immise sul  mercato una Reflex dal costo molto ridotto (sotto i 1000 dollari), la  EOS 300D.
Nel 2003 le vendite di fotocamere digitali superò quelle delle fotocamere analogiche.

Nel 2004: Nikon produsse la D70, Canon la EOS 1Ds Mark II (dotata di sensore 24x36mm con ben 16 megapixel).
Il 2005 vide  l’alleanza tra Olympus e Panasonic al fine di sviluppare ulteriormente  il promettente formato quattro terzi che, come scritto, fu lanciato da  Olympus due anni prima. In contemporanea, Nikon realizzò la prima  fotocamera compatta (Coolpix P1) dotata di connessione wi-fi integrata.
Il 2006 è  l’anno della massificazione totale: il mondo della fotografia reflex  viene assaltato dai produttori di elettronica generalisti. Panasonic  realizzò la Lumix L1 (su progetto Olympus), Sony produsse la Alpha 100  (su progetto Minolta), Samsung immise sul mercato la GX-1s (su progetto  Pentax)
Nell’anno successivo, il 2007, Nikon presentò la sua prima reflex pieno formato (24×36), ovvero la D3.
Nel 2008 la  Nikon commercializzò la D90, la prima reflex in grado di registrare  video oltre che scattare fotografie. Canon arrivò sul mercato di lì a  poco, con la 5D Mark II, anch’essa in grado di registrare video.  Panasonic immise sul mercato la prima vera “mirrorless”, ovvero una  quattro terzi a ottiche intercambiabili, chiamata Lumix G1.
Nel 2009 (e  nell’anno successivo) Panasonic inglobò Sanyo, mentre praticamente  tutti i produttori provarono ad entrare nel mondo del micro quattro  terzi ad ottiche intercambiabili: videro la luce Nikon 1, Canon EOS M,  Pentax Q, Olympus Pen, Fuji X-Pro1, Samsung NX, Sony NEX. In  contemporanea veniva interrotta la produzione della storica pellicola  Kodakrome. Fine dell’analogico.

Nel 2011: Ricoh acquisì Pentax.
Il 2012 è  inoltre ricordato come la reale fine della fotografia analogica: in  quell’anno infatti Kodak arrivò al fallimento. Oggi, venduto tutto ciò  che riguarda la fotografia in quanto apparecchi fotografici, si  concentra su chioschi per stampa digitale.
Nel 2013 anche  Hasselblad mette fine all’avventura analogica, terminando la produzione  della medio formato Hasselblad 503CW e dedicandosi interamente alle  medio formato digitali.
Ad oggi, esistono pochissimi modelli  analogici ancora in produzione ed in particolare, per il Medio formato,  le sole Mamiya RZ67 Pro IID (reflex modulare a fuoco manuale), 7 II (a  telemetro) e la 645 AF III D (reflex modulare autofocus). Anche  nell’ambito del tradizionale formato 35mm esistono due apparecchi in  produzione, ovvero la Canon EOS 1V e la Nikon F6.
Tutto il resto è  divenuto storia passata eccetto per un particolare: la presenza di  fotografi estimatori dell’analogico, l’attualità della lomografia nonché  la presenza ancora di parecchie macchine analogiche in circolazione, ha  creato un problema di disponibilità di pellicola analogica. Al punto  tale da far tornare a produrre pellicola (anche se in quantità minori)  dei produttori storici, quali l’italiana Ferrania, rifondata proprio nel  suo vecchio stabilimento e che verso il 2015 dovrebbe immettere sul  mercato i formati 35mm e 120mm con differenti sensibilità ISO: 100, 400,  640T, 800 e 3200 ISO, senza dimenticare la pellicola Super 8 da 64 ISO  (tutte basate sulla Scotch Chrome 100).


Libera rielaborazione di testi
provenienti da:  
                        : https://www.fotografareindigitale.com
La Storia della Fotografia: dal IV a.C. ai giorni nostri ...

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