Il CAI in Sardegna
di Angelo Berio
dal 1932 al 1980 (parte prima)
Il Club Alpino Italiano sorse nell'autunno del 1863 a Torino, sulla spinta di una frase contenuta in una lettera di Quintino Sella a Bartolomeo Gastaldi, nella quale, descrivendo la prima salita italiana del Monviso e prendendo atto dell'aiuto che all'impresa avevano dato le relazioni delle due precedenti scalate britanniche, si auspicava il sorgere anche in Italia di un sodalizio analogo all'Alpine Club.
La nuova associazione nasceva però con un carattere ben diverso e più moderno; infatti nell'Alpine Club si entrava per cooptazione e dopo accurato vaglio delle capacità e dell'attività alpinistica del candidato, il Club Alpino Italiano sorgeva non già come associazione di alpinisti superlativi e di conquistatori di cime inviolate, bensì chiamava a raccolta tutti gli amici della montagna qualunque fosse il loro livello tecnico.
Il CAI nasceva dunque come associazione di massa; naturale quindi che, dopo qualche anno, non bastasse più la sede di Torino, ma fosse necessario aprire in altre città "succursali" prima, sezioni poi. E appena trascorso un quindicennio dalla fondazione del Sodalizio, troviamo, fra le 36 sezioni del 1879, anche quelle sarde di Cagliari e Sassari.
In Sardegna ci si mosse quindi fra i primi, solo pochi anni dopo la costituzione della Sezione di Roma. La cosa non deve comunque meravigliare se si pensa agli stretti legami politici e culturali che da due secoli legavano la Sardegna al Piemonte. Già nei decenni precedenti, il piemontese Alberto Della Marmora (morto settantaquattrenne a Torino proprio l'anno della fondazione del CAI) aveva percorso l'isola in lungo e in largo, e ne aveva lasciato, nel "Voyage" e nell' "Itinéraire" una illustrazione ancora oggi valida dei suoi monti, e certo ben più completa ed esauriente di quanto allora potesse aversi per le altre montagne d'Italia.
Lo stesso Lamarmora aveva poi magistralmente imposto la geologia della Sardegna specie nei riguardi delle sue possibilità minerarie, delle quali si occupava direttamente anche Quintino Sella. Quindi se tutto fosse andato per il giusto verso , la sezione cagliaritana sarebbe oggi alla vigilia del proprio centenario.
All'inizio del 1880 il Bollettino del CAI nominava nuovamente la Sezione di Cagliari, solo per annunciarne lo scioglimento.
La Sezione di Sassari, invece si mantenne attiva fino al 1881; dopo aver tenuto l'escursione inaugurale ad Osilo, prese anche una deliberazione che doveva avere effetti anche nel futuro; si approvò infatti la proposta di costruire sul Gennargentu una capanna-rifugio da dedicare ad Alberto Lamarmora, e costituì un apposito Comitato, che sopravvisse allo scioglimento della Sezione e negli anni novanta aveva raccolto la somma, allora non trascurabile, di circa tremila lire.
Una dozzina di anni più tardi e cioè nel marzo 1983, si riparla a Cagliari di alpinismo: il geologo triestino, ing. Lovisato costituiva, con una trentina di aderenti, che entro l'anno supereranno il centinaio, un sodalizio autonomo, il Club Alpino Sardo.
Il nuovo sodalizio si distinse subito per una certa dovizia di mezzi; una sede dotata di bibliotechina specializzata e di un museo naturalistico; ma soprattutto sin dall'inizio una stampa propria, in forma di bollettino trimestrale nell'83 e '84 e di annuario dal '95 al '97.
In questi fascicoli viene dettagliatamente descritta l'attività svolta, praticamente tutta di carattere escursionistico, e illustrato il programma del Club, inteso principalmente come incitamento alla conoscenza delle montagne sarde e alle escursioni in esse particolarmente dei giovani.
Non mancava il movente scientifico della ricerca geologica e naturalistica; e si parlava anche di interventi contro il progressivo disboscamento delle montagne dell'isola. Fin dall'inizio poi si era aderito con entusiasmo alla proposta del rifugio Lamarmora e si era dato vita ad un imponente comitato di ben 33 membri presieduto dallo stesso Lovisato.
L'attività iniziò il 16 aprile 1893 con una escursione ai Sette Fratelli: partenza in trentadue su carrozze a cavalli alle 4,30 arrivo a San Gregorio, partenza di lì a piedi alle 9 per Campu Omu e una imprecisata cima sui 1000 metri di quota, rientro per le 18 a San Gregorio ed infine, a Cagliari, banchetto all'Albergo Cugini Fanni, discorso e brindisi. Un'altra escursione sociale fu tenuta il 2 luglio, partendo in carrozza alle solite 5 del mattino e rientrando a Cagliari alle 21, dopo aver trascorso l'intera giornata sulle collinette di Monastir, con misure barometriche, esami geologici, e notizie naturalistiche e storiche.
Ancora dal 27 luglio al 1 Agosto venne organizzata un'escursione sul Gennargentu, salendovi da Aritzo e attendandosi all'incirca dove oggi sono le rovine del rifugio Lamarmora: escursione che finì per portare i partecipanti a piedi fino a Nuoro.
In modo analogo si comportò il Club negli anni seguenti, con escursioni a breve raggio nei dintorni di Cagliari e gloriose spedizioni al Gennargentu nel 1894 da Villagrande Strisaili, al Limbara nell'agosto del 1895, alla Perdaliana nel 1896: nella quali i partecipanti erborizzavano, raccoglievano minerali, cacciavano, pernottavano in tenda o in ambienti di fortuna: ma quando arrivavano in città o paesi erano accolti dalle autorità, e dai ragazzi delle scuole, fra lo sparo dei mortaretti e lo sventolio delle bandiere: e tutto finiva in pranzi omerici con brindisi anche in poesia!
Né mancò la partecipazione femminile quando nel giugno del 1894 portarono all'eremo dei Sette Fratelli 14 signore e 19 bambini.
A differenza di quelle riguardanti l'attività le notizie di carattere organizzativo sono meno ampie.
Il numero dei Soci, 131 nel 1983 e 122 dal '94 al '96, discese l'anno successivo a 77.La presidenza del Club Alpino Sardo fu tenuta nel 1893 dal prof. Lovisato, confermato tale anche per il 1894. Tuttavia del Lovisato non si fa più menzione nel Bollettino a partire dall'autunno; la relazione annuale del 1894 è tenuta dal Vice Presidente Avv. Mulas Mameli; e addirittura il nome del Prof. Lovisato non compare nell'elenco dei soci del 1895. Evidentemente egli lasciò il Club, pur conservando, come vedremo, la presidenza del Comitato per il rifugio Lamarmora.
Nel 1894 il Sodalizio fu presieduto dal già citato Mulas Mameli riconfermato poi anche per il 1896. Nel 1897 la presidenza passa al Prof. Angioni Contini, che nell'assemblea di fine anno appare confermato anche per il 1898. Per quest'anno non viene più stampato però l'annuario, e si ignora quindi se il Club abbia svolto, o meno, attività. Certo nel suo consuntivo 1897 il presidente lamenta un certo disinteresse fra i soci rimasti e uno stato di tensione col comitato per il rifugio Lamarmora (sempre presieduto dal Lovisato).
Quest'ultimo che rimase attivo anche negli anni seguenti, verso il 1900 acquistò il terreno dove doveva sorgere il rifugio (ancora oggi intestato in catasto al Club Alpino Sardo) che fu inaugurato il 22 settembre 1901.
Negli anni successivi non si hanno più notizie del Club Alpino Sardo né del Comitato per il rifugio Lamarmora: è da presumersi che entrambi abbiano cessato ogni attività.
Anche il Rifugio Lamarmora cessò ben presto di essere agibile, per cui si deve riconoscere che anche questa seconda esperienza alpinistica sarda si concluse con un fallimento né del resto, c'era altro da attendersi sia per il programma del Sodalizio sia per il modo in cui esso veniva realizzato; chiaramente inadeguati e in ritardo con in tempi di almeno un trentennio. Ci si limitava infatti ad escursioni sui principali monti della Sardegna, e quindi costose, senza accorgersi delle ampie possibilità che gli stessi offrivano all'alpinismo su roccia: basti pensare che in una escursione sociale alla Perdaliana non si tentò neppure la scalata del torrione dolomitico che la sormontava, dove non si sarebbero incontrati se non un paio di passaggi di terzo grado, e che comunque si sapeva già salita alcuni anni prima, da un ten. Costa dell'IGM.
Anche il Rifugio Lamarmora cessò ben presto di essere agibile, per cui si deve riconoscere che anche questa seconda esperienza alpinistica sarda si concluse con un fallimento né del resto, c'era altro da attendersi sia per il programma del Sodalizio sia per il modo in cui esso veniva realizzato; chiaramente inadeguati e in ritardo con in tempi di almeno un trentennio. Ci si limitava infatti ad escursioni sui principali monti della Sardegna, e quindi costose, senza accorgersi delle ampie possibilità che gli stessi offrivano all'alpinismo su roccia: basti pensare che in una escursione sociale alla Perdaliana non si tentò neppure la scalata del torrione dolomitico che la sormontava, dove non si sarebbero incontrati se non un paio di passaggi di terzo grado, e che comunque si sapeva già salita alcuni anni prima , da un ten. Costa dell'IGM.
Non ci si preoccupò minimamente dell'esplorazione allora praticamente agli inizi dell'ancor oggi inesauribile patrimonio speleologico sardo; non si prese decisa posizione - salvo qualche timido accenno - contro l'inconsulta distruzione del patrimonio forestale, e l'incontrollato dilagare di cave e miniere che stavano irreparabilmente sfigurando la Sardegna. E probabilmente troppo ambiziosi erano i programmi di spesa, per cui l'associazione risultava costosa e alla portata di pochi: il Club risultò inevitabilmente un raduno di gentiluomini e benestanti in ambiente ristretto, dove potevano troppo facilmente avere rilievo prevalente le simpatie le antipatie e le gelosie personali.
Ma forse più dannoso di tutto agli effetti finali è stato il desiderio di operare autonomamente, in indipendenza dal CAI: impresa difficile in ogni caso, ma particolarmente proibitiva in ambiente di tradizioni alpinistiche praticamente inesistenti. E' certo un legame associativo con la Sede Centrale di Torino avrebbe portato ad una salutare osmosi con gli ambienti alpinisticamente più progrediti dell'Italia del nord; avrebbe probabilmente frenato certe impostazioni programmatiche troppo lontane dalla realtà. Sicuramente sarebbe stata impedita la follia di costruire e aprire un rifugio senza che una fiorente associazione locale ne propagandasse e disciplinasse l'utilizzazione e provvedesse nel contempo alla manutenzione, invece di abbandonare l'edificio agli effetti dell'incuria e del vandalismo che lo resero ben presto inutilizzabile.
Dopo l'effimera se pur brillante meteora del Club Alpino Sardo, sull'alpinismo in Sardegna ritorna notte fonda solo interrotta da qualche sporadica incursione esterna. Tra cui vorrei ricordare la scalata di Guido Cibrario sulle creste granitiche del Limbara e dei Monti di Aggius, illustrate sulla Rivista mensile del CAI a cavallo tra il 1922 e il 1923.
E così fu per una trentina di anni, finché specialmente per merito di un altro geologo, anch'egli triestino, ma ormai stabilito in Sardegna, il Prof. Vardabasso, un laconico comunicato apparso sulla R.M.de1 1932 (pag. 584) annunciava la costituzione, con oltre cento soci, della Sezione Sarda del CAI di Cagliari con autorizzazione a costituire sottosezioni nelle principali città dell'Isola. Di queste ultime risulta nel 1933 e rimasta attiva un tre o quattro anni, soltanto quella di Sassari.
Ho avuto notizia, ma senza trovarne finora conferma in documenti ufficiali, che nel 1920 un gruppo di alpini in congedo ricostituì presso l'Associazione nazionale Alpini, il Club Alpino Sardo e che il nuovo sodalizio restò in vita a Cagliari fino al 1923.
Dato il clima politico di allora, non stupisce la designazione del Presidente il Console Biagioni della Milizia fascista; ma, trasferito egli fuori Sardegna, la presidenza sezionale passò, già l'anno successivo, al vice presidente Vardabasso.
Negli anni successivi la RM ospita, a lunghi intervalli, qualche cenno sull'attività svolta: escursioni, celebrazione della giornata del CAI, riattamento dell'ex Rifugio Gennargentu; finché nel l940 (pag. 172) appare sulla RM un comunicato più laconico ancora simile ad altri che in quel periodo, ormai di guerra, si ripetevano che annunciava lo scioglimento della sezione di Cagliari per "l'inattività e morosità".
Che cosa ci fosse sotto quella giustificazione di sapore burocratico s'indovina facilmente: falcidia di soci richiamati alle armi,- difficoltà di movimento per la Sardegna ornai zona militare di prima linea, e di comunicazioni col continente necessariamente passanti per il mare o l'aria, dove si affacciava un nemico tenace ed agguerrito lo stesso scoraggiamento di chi vedeva la situazione dal fronte, mentre forse alla sede centrale di Roma ci si cullava ancora nell'illusione di una guerra vinta prima ancora di combatterla, e così via. Ben altro spirito, di sostegno e di incoraggiamento, ci sarebbe voluto al vertice del Sodalizio; tanto più che la dispersione di uomini, di materiali e di archivi conseguenti allo scioglimento, ostacolarono, dovunque ci fu, la ripresa, una volta passata la tempesta.
E qui gli effetti furono anche più gravi, perché negli anni successivi lo sgombero totale di Cagliari decretato a seguito dei massicci bombardamenti aerei portarono alla perdita di ogni documento, tanto che dell'attività di quegli anni si ha notizia solo dai comunicati cui ho fatto cenno della R.M. e dei rendiconti del Congresso della Società geografica Italiana tenutasi in Sardegna alla metà degli anni trenta e di cui il prof. Vardabasso fu uno del protagonisti più impegnati.
Comunque, stavolta non ci si arrese. Appena passata la bufera bellica e il periodo di prima affannosa ricostruzione, fra alcuni appassionati o appartenenti alla vecchia sezione o trasferiti in Sardegna nel dopoguerra e la Sede Centrale cominciò una fitta corrispondenza sulle modalità della ricostituzione della Sezione CAI.
Una difficoltà tuttavia sembrava insormontabile: la necessità di trovare almeno cento soci ordinari, come è imposto dallo Statuto del CAI. Finché, ad una lettera dell'avv. Elia Marraccini che negava sfiduciato la possibilità di racimolare tante adesioni, rispondevano dalla Sede Centrale o per fortunata ignoranza, o perché poco convinti del provvedimento preso nel 1940, o infine perché desiderosi di uscire in qualche modo da una situazione di stallo che, non risultando ufficialmente disciolta la Sezione si poteva semplicemente riprendere l'attività. A Cagliari non se lo fecero dire due volte: partirono subito per Milano le prime 30 adesioni, fra cui spiccava quella dell'avv. Crespellani, presidente della Giunta Regionale; e, predisposto un nuovo regolamento Sezionale in sostituzione di quello autoritario disposto dal tramontato regime fascista, il presidente Vardabasso, ritrovatosi così in carica, convocò nel marzo del 1953 la prima democratica Assemblea sezionale per l'elezione delle cariche sociali. In essa il prof. Vardabasso espresse la propria rinuncia ad ulteriormente candidarsi.
La Presidenza passò all'ing. Filippo Manunza.
Gli anni seguenti rappresentarono un periodo di sviluppo; nel 1955 si tenne a Cagliari il Congresso Nazionale del CAI e nel 1956 si raggiunse il massimo numero di Soci (oltre 240) con la Costituzione di una sottosezione a Tempio e la realizzazione colà di un accantonamento nazionale CAI. Purtroppo si era fatto, ancora una volta, il passo più lungo della gamba; il passivo dell'accantonamento a Tempio divenne presto insostenibile. I soci si scoraggiavano e finivano col defezionare; nel 1965 si toccò il fondo, ridotti a una trentina di soci, nessuno dei quali osava assumere la presidenza.
E così al segretario non rimase che scrivere malinconicamente a Milano, proponendo lo scioglimento della sezione. Ma alla Sede Centrale lo spirito era evidentemente cambiato; non si rispose alla lettera, ma si mandò invece un sussidio, che, seppure modesto, permise alla Sezione di riprendere fiato. La ripresa partì dall'anno successivo, sotto la guida del nuovo presidente l'alpino gen. Giuseppe Sanna, e, finalmente operando nel verso giusto. Ai giovani si offrirono attività specializzate con la costituzione del gruppo grotte e del gruppo sci e l'effettuazione di due corsi sezionali di alpinismo su roccia, il secondo dei quali diretto dall'istruttore nazionale CAI Sandro Partel che da allora dirige la nostra scuola di alpinismo. La cittadinanza infine fu interessata da riuscite manifestazioni, fra le quali si distinsero due marce ecologiche ai Sette Fratelli, a cui presero parte migliaia di Cagliaritani. Ritiratosi poi, per motivi di salute dalla presidenza il Generale Sanna, è toccato dal 1975 a chi scrive continuare la via intrapresa. E qualche risultato possiamo dire di averlo raggiunto con la costituzione del gruppo Roccia di quello Naturalistico, della Commissione Regionale per la protezione della natura montana, e l'intensificazione dell'attività escursionistica in Sardegna e sulle Alpi; nonchè con manifestazioni dirette alla cittadinanza, culminate nel l976 con la celebrazione del venticinquesimo della nostra sezione, cui intervennero, graditi ospiti il Presidente Generale on.le Spagnolli e l'ing. Ciancarelli.
Certo, molto di più si potrebbe fare, se ai nostri ormai stabili 200 soci si unissero le varie centinaia di simpatizzanti che ci gravitano attorno, ma che si guardano bene dall'assumere impegni chiedendo la tessera del CAI!...
Ma queste sono vicende di tutti i giorni, ed esulano quindi dal mio proposito storico. Mi limiterò a concludere con un ricordo: all'inizio del 1953, annunciando all'assemblea dei delegati di Parma la ricostituzione della sezione di Cagliari, il Presidente Generale Figari, che ben conosceva evidentemente i suoi polli, si augurava che la bandiera del CAI non dovesse venire mai ammainata sui monti della Sardegna.
Da allora sono passati 26 anni alcuni lieti, altri pieni di difficoltà: ebbene questa consegna, qui a Cagliari, almeno l'abbiamo rispettata!
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